Il mio faro

Sono stato un bambino come tanti.

Poi un incidente, l'andatura ed il passo pregiudicati per sempre,ancora oggi ne porto i segni.

Mi regalarono un bicicletta per farmi arrivare dove con i passi sarei stato più lento.

Ma all'inizio anche la bici mi tradiva, non potevo fare ciò che facevano gli altri, con la stessa rapidità, con la medesima naturalezza.

Non riuscivo a raggiungere certe salite, e la crudeltà innocente dei bambini non mi dava tregua.Risate, burla, emarginazione.

Poco alla volta cercavo di avere una vita normale come quella di tanti altri bambini.

Spesso allora mollavo la bicicletta e proseguivo a piedi, con incedere incerto, per il solo gusto di arrivare, in qualunque modo, potendo sfruttare due possibilità che in equa parte potessero compensare una qualità normale.

Una sorta di transizione bici corsa.

A volte però piangevo, sconsolato, isolato, deriso.

In un pomeriggio d'estate ero seduto su un muretto, l'ennesimo pianto per l'ennesima sconfitta: mi si fece avanti un uomo dal viso solcato di fatica e dalle mani contorte dal lavoro e mi raccontò di quando attraversò l'Europa per sfuggire alla prigionia,con le pallottole del nemico che gli fischiavano accanto.

"Un giorno,anche tu arriverai lassu' .Non ti curare di chi ti ride alle spalle.Se vuoi arrivare in cima alla salita ci arriverai.Provaci quando nessuno ti vede.Ce la farai".

Penso sempre alle parole di quell'uomo,penso sempre all'esiguità morale delle mie vittorie in confronto alle sue. Forse vincere le mie sfide e le mie battaglie è anche un modo di ringraziare chi mi inculcò con parole allora misteriose il concetto di allenamento: "Provaci quando non ti vede nessuno" disse quell'uomo.

Trasformai l'emarginazione forzata in isolamento voluto, in consapevolezza di diversità.

Da quella presa di coscienza cercai di sfuggire alla banalità, certo che avrei dovuto impiegare più tempo ma che alla fine il mio traguardo avrebbe avuto un valore unico ed inestimabile.

Cominciai a fare tutto ciò che gli altri non facevano.

Ancora oggi, provando da solo, spesso di notte per abituarmi ai ritmi e ai tempi di gara, rivolgo i miei pensieri al viaggio di quell'uomo.

Con chissà quali mezzi, con chissà quali scarpe, senza cibo, senza acqua, al freddo.

Raggiunse casa, il suo traguardo.Pesava quaranta chili.Più morto che vivo.

Le mie fatiche sono poca cosa rispetto alle sue.Certi traguardi raggiunti con il nome che porto sono anche il ringraziamento e il riconoscimento a chi non è stato mai alla ribalta delle cronache ma ora raccoglie i frutti di ciò che mi ha insegnato.

Ricordo poco altro di quell'uomo, la lontananza e le vicissitudini della vita mi hanno spesso tenuto lontano da lui.

Forse mi ha insegnato solo quello, ma alla fine in cima a quella e a mille altre salite ci sono arrivato.

Provando e riprovando, sempre da solo.

Di quell'uomo porto lo stesso nome.


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