Il triatleta zen

Riflessioni sul libro "l'atleta zen" di Amanda Gesualdi

Si racconta che un giorno Picasso fosse nel suo studio a Barcellona quando entrò a fargli visita una facoltosa signora.

Molti pensano a Picasso identificandolo esclusivamente con la sua fase “cubista” e soprattutto capace di dipingere solamente quadri alquanto astratti.

Questo errore di valutazione viene fatto con moltissimi altri artisti, i quali, soprattutto agli esordi, hanno appreso le più raffinate tecniche di base per dipingere e disegnare soprattutto soggetti reali ed anche in maniera egregia.

Mio padre ad esempio, che di storia dell’arte capiva poco o nulla, additava Picasso come un pittore NON in grado di dipingere un ritratto di persona conforme al vero.

La storia dell’arte moderna ci insegna invece che tutte le trasposizioni pittoriche, scultoree e architettoniche; spesso altro non sono che le proiezioni dello stato mentale dell’artista e di un “viaggio/percorso” che lo stesso ha intrapreso.

Detto questo, la signora chiese a Picasso un ritratto dal vero.

L’artista la fece accomodare, prese carta e carboncino e iniziò a disegnare. Dopo dieci minuti presentò alla signora uno schizzo in stile cubista e le chiese una bella somma di denaro come compenso.

La signora sbottò: “a parte che questo ritratto non mi rappresenta, è troppo astratto! E poi lei mi chiede tutti questi soldi per quindici minuti di lavoro?!!!!”.

Picasso rispose: “quindici minuti? Ci ho messo una vita per arrivare a disegnare così!!!”.

La lettura de “L’Atleta Zen” ha sintetizzato, per me, trentacinque anni (dunque quasi una vita!) di convinzioni, di teorie, di tecniche di concentrazione, di approccio alla pratica sportiva e anche alla vita.

Attraverso le pagine de “L’Atleta Zen” ho potuto rivivere, anche se in parte, il mio viaggio sportivo.

Ho dato importanza, sempre, a tutto ciò che lo sport avrebbe potuto insegnarmi; piuttosto che all’ottenimento di un risultato cronometrico.

Mi sono sempre concentrato su piccoli obiettivi di performance piuttosto che guardare all’obiettivo di risultato che, considerando la lunghezza e la durata delle gare che affronto, avrebbe potuto demoralizzarmi e deconcentrarmi.

Ho sempre pensato di migliorare prima me stesso attraverso la pratica sportiva e poi ad ottenere riconoscimenti di qualsiasi altra natura.

Ovviamente i riconoscimenti e i risultati sono arrivati, ma come conseguenza quasi naturale del mio approccio alla pratica sportiva.

Ci sono situazioni che si verificano in gara o in allenamento che possiedono qualcosa di magico, che sono dotate di un flusso naturale che le pervade; e per le quali non serve porsi domande nell’analizzarle perché questo farebbe perdergli quella magia.

Credo ai miracoli. Credo soprattutto al miracolo della vita e a quello che ogni mattina mi permette di alzarmi dal letto e di macinare chilometri su strada e in acqua.

Probabilmente la mia mente contribuisce alla realizzazione di questo miracolo, corroborandolo di forza e motivazione.

Però la vita fa il resto, e io le sono riconoscente in ogni istante della mia vita.

Ciò che vorrei trasmettere nelle “mie” sedute di coaching a chi decidesse di affidarmi il proprio viaggio è appunto la consapevolezza che le risposte sono all’interno della persona e che io sono lì non per insegnare qualcosa quanto per aiutare a scoprire ciò che è all’interno del soggetto.

Mi piacerebbe trasmettere il concetto che ciò che si prova correndo o allenandosi è molto più importante del risultato in sé (“è importante ciò che provi mentre corri, non cosa troverai al traguardo”).

Mi piacerebbe trasmettere il messaggio sul miracolo della vita che ogni giorno ci pervade e di quanto siamo fortunati ad essere qui a goderne.

Collaboro con varie associazioni benefiche che supportano l’associazione “Autisminsieme” di Brescia e il reparto di onco ematologia pediatrica del Civile di Brescia: mi rendo conto che questi bambini meno fortunati di altri sono maggiormente in grado di cogliere l’essenza e il miracolo della vita rispetto ad altri.

A volte dovremmo confrontare altre realtà con la nostra per renderci conto di quanto siamo speciali e fortunati ad essere in salute: questo per me è un valore fondamentale della mia filosofia.

Vedo una seduta di coaching come uno scambio alla pari tra coach e atleta, e mi piacerebbe far capire a chi seguo che ogni gara, ogni esperienza, ma anche ogni avversario (anche se ci batte inesorabilmente) è un’occasione per imparare: il viaggio dello sport e della vita ci danno questa grande opportunità.

Riconosco a me stesso come atleta non delle grandi capacità quanto delle peculiarità.

Una tra queste, che il mondo esterno addita come “instancabilità”, per me non è altro che il considerare qualsiasi traguardo raggiunto (anche il più duro, anche quello che mi ha richiesto due settimane di fatica dove ho corso per venti ore al giorno per due settimane di seguito!) come la base di partenza per quello successivo.

Il mio modo di intendere lo sport è a spirale; dove meditazione, concentrazione e respirazione sono i cardini delle mie capacità.

Negli ultimi due anni, dopo la morte di mio padre, alcune mie convinzioni stavano vacillando.

Eppure sono rimasto costantemente sul “filo” del mio destino ed ho vissuto anche quei momenti bui all’altezza del mio essere atleta e della mia immaginazione.

Anche nel dolore, non ho abbandonato mai il mio sogno.

Ad un mio “atleta” mi piacerebbe trasmettere il concetto che il “vincente” è chi esplora, chi viaggia, chi si mette in gioco, chi affronta i propri muri e le proprie paure.

Vincente è chi si plasma, chi è duttile, chi osserva e chi ascolta.

Nell’allenamento, nell’alimentazione e nella preparazione in genere…sono a tratti maniacale.

Ma lo faccio da trentacinque anni con la stessa passione, con motivazioni sempre più forti.

Lo faccio perché amo farlo. Non mi sono mai allenato senza averne voglia.

Trovo sempre qualcosa che mi spinga a farlo con gioia e con passione. I risultati che ho ottenuto sono solo la conseguenza di questo approccio; credo.

Non ho mai messo in relazione il mio valore di persona in base ai traguardi raggiunti nello sport.

Quando per cause di forza maggiore ho dovuto interrompere periodi di allenamento o gare l’ho sempre fatto senza particolari ripercussioni psicologiche; interpretando l’interruzione o la pausa temporale alla stregua di un periodo “naturale” e fisiologico ed una sorta di allenamento “al riposo” dovuto e necessario.

La fiducia.

Qualche anno fa scrissi su Triathlete (rivista di settore) :

“La sera prima di una gara importante solitamente dormo senza problemi. Non soffro di insonnia e non mi faccio condizionare da ansie pre gara. Dico a me stesso che mi basterà essere presente, consapevole, fiducioso di ciò che posso fare. Il traguardo dista da me solamente attraverso un lasso di tempo che con pazienza e costanza riuscirò a colmare. La fiducia nelle mie capacità non deve venire meno perché è già stata testata con innumerevoli ore di allenamento.

Arriverò al traguardo attraverso una strada. La strada è la mia migliore compagna di viaggio. Sto con lei tutti i giorni, non mi può tradire. La strada di me sa tutto: gioie, dolori, tristezze ed estasi.

La strada divide con me molti momenti della mia giornata e io ho fiducia in lei. La strada non mi potrà mai tradire così come spesso fanno le persone. La strada si fida di me perché le ho donato negli anni molte ore della mia vita. L’ho solcata, accarezzata, vi ho versato sopra lacrime e sudore. Io e la strada ci fidiamo l’uno dell’altra.”

Non sono stati facili i miei esordi con questo sport così massacrante e logorante a livello fisico.

La difficoltà maggiore (anche se alla fine non ci ho dato tanto peso) è stata l’allontanamento da alcune persone.

Certe mie inclinazioni alla sofferenza, al sacrificio e all’allenamento venivano viste più come un disturbo della personalità che come tentativo di differenziazione dal conformismo e dalla cultura di massa.

“Perché corri così tanto, sei matto?

“E perché tu non corri come me? Allora sei matto anche tu!”

“Siate affamati, siate folli” (Steve Jobs).

La mia fame di viaggiare con la mente, attraverso lo sport, non si è fermata neppure dopo il raggiungimento di imprese dai più additate come “titaniche”.

Io le ho sempre viste come una sorta di cattedrale costruita per arrivare alla divinità del mio spirito.

Ma come fa l’uomo, che continua a cercare Dio anche dopo aver eretto la più bella e la più maestosa delle cattedrali; anche io ho continuato a cercare e a viaggiare dentro di me alla ricerca di qualcosa.

Nonostante abbia ottenuto discreti risultati in trentacinque anni di carriera (che non reputo affatto terminata!) non ho mai badato ai successi ottenuti quanto a riprendere immediatamente il cammino verso altrettante mete.

Gli allenamenti per me sono fonte di sofferenza ma sono anche il modo per conoscere il piacere.

L’atleta zen che è in me ama il dolore.

“Amo prima di tutto la sensazione dolorosa che viene dallo sforzo iperbolico a cui sottopongo il mio organismo.

Il dolore fisico puro.

Non ho tendenze masochiste, ben inteso.

Ho solo molta confidenza con il dolore, quindi non lo rifuggo come fa la maggior parte delle persone.

Ho allenato i livelli di sopportazione per permettere al mio corpo di continuare a lavorare anche in presenza di questo compagno di viaggio.

Ci convivo da talmente tanto che mi ci sono affezionato, e a volte lo vado a cercare, tanto per ricordare sia a lui che a me stesso chi è che comanda.

E a quel punto il dolore mi offre un altro servizio.

C’è una sorta di purificazione che avviene nel momento in cui soffri: ti prepari a ricevere il trionfo, pagando in anticipo la superbia di poi.

E dunque spendo profumatamente, volontariamente ed anticipatamente, attimi di dolore per avere quei pochi minuti d’orgoglio che mi concederò per aver conquistato l’ennesima impresa.

Desiderare il dolore per potersi riscattare a priori, sapendo che mi macchierò d’orgoglio.

Mi vergogno di amare le vittorie.

Questo è il mio modo di allontanare la gratificazione e forse anche il mio unico tratto cattolico”. (tesina Corso I livello, maggio 2019).

Sono un triatleta zen che non sottovaluta situazioni e avversari.

Ho molta confidenza con la paura, ma non la rifuggo.

La affronto. Tutte le volte che non ho avuto paura, ho fallito.


Ciò che devo ancora apprendere, per essere appieno un triatleta zen sono le tecniche di mantra e sutra e i concetti legati all’identità che si espande dalla mia mente ed arriva al cosmo.

Ma ci arriverò, sono ancora in viaggio verso questa comprensione.

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