Capolavori

Recensione al libro di Mauro Berruto

Ho sempre ammirato, ed in realtà invidiato, sia pallavolisti che tennisti.

Sono due sport che fanno della rapidità di esecuzione e di pensiero il loro fondamento.

Ogni azione ed ogni gesto, in questi sport, sono decisivi e possono inficiare il risultato; soprattutto se la negatività di ognuno di essi innesca poi ripercussioni psicologiche in chi non ha eseguito quel gesto in maniera corretta.

Da un punto perso può scaturire, a cascata, la negatività psicologica che poi può portare alla sconfitta.

Ai tempi del liceo li ho praticati entrambi, con pessimi risultati.

Poi ho capito che potevo costruire il mio capolavoro in azioni più lunghe, dove il tempo a disposizione per pensare e "riparare" ad errori sarebbe stato maggiore.

Il mio modo di essere mal si sposa con l'immediatezza e la rapidità di pensiero e l'esecuzione di un gesto atletico ad essa associato.

Io ho bisogno di tempo, io vengo fuori a "distanza".

Nonostante queste differenze, ci sono molte assonanze e affinità di pensiero negli addetti ai lavori che eleggono l'aspetto psicologico ad elemento cardine nella costruzione di un successo sportivo: sia tra chi esegue(l'atleta)che tra chi allena.

Nel 2008 ho partecipato ad un protocollo di studi del CNR denominato "Ai confini della Fisiologia": relazioni nell'asse cuore/cervello/polmoni negli sforzi estremi.

A Pisa incontrai atleti di fama mondiale: Juri Chechi(ginnasta), Fausto De Stefani(alpinista) , Umberto Pelizzari(apnea) , Enzo Maiorca(apnea),Carlos Coste(apnea), Roberto Vittori (astronauta),Alex Bellini(navigatore) Luigi Casati (speleosub), Michele Pontrandolfo (esploratore ),Gianluca Frinchillucci(esploratore) ,Sara Campbell(campionessa del mondo di apnea), Stig Severinsen(campione del mondo di apnea statica), Giovanni Soldini(navigatore), Giuseppe Gibilisco(salto con l'asta), Amerigo Puntelli (maratoneta estremo) e il sottoscritto.

Ho avuto il privilegio di dialogare con ciascuno ed allo stesso tempo lo stupore di sentire dalle parole di questi campioni scaturire concetti che in un certo senso, sentivo appartenermi.

In quest'ottica, qualsiasi biografia o racconto di gesta ed esperienze sportive mi lascia sì grandi insegnamenti; ma il alcuni casi mi fa rivivere sensazioni ed emozioni vissute in modo diverse a livello di maestria ; ma affini a livello concettuale(visualizzazione,concentrazione,allontanamento della negatività, focus sul pensiero positivo).

La mente di uno sportivo, a certi livelli e se sufficientemente e correttamente allenata e preparata, ragiona allo stesso modo; indipendentemente dallo sport praticato.

SPUNTI E DIFFERENZE

SPESSO, NULLA E' COME PENSAVAMO CHE FOSSE (rif Berruto Londra 2012).

La mia monoidea(cit Berruto) nesce nel "pensare" una distanza, una sfida da affrontare.

Quando la mia mente è in grado di immaginare(o,come dice il coach torinese, "profetizzare") una distanza da percorrere, allora quella distanza è fattibile e verrà coperta: arrivare da un punto ad un altro su una cartina geografica oppure correre ad una determinata velocità per tot. ore in un giorno, dedicarne tre o quattro al riposo, e ripartire il giorno successivo.

Così, per un numero di giorni calcolato in base alle gare che devo affrontare ed alle distanze che devo percorrere.

Solitamente il mio approccio alla gara è così e nei mesi precedenti organizzo tutto in maniera maniacale (alimentazione,allenamenti,materiali,previsioni meteo,medicinali, attrezzature varie).

Poi succede l'imponderabile: un colpo di calore, una bibita fredda, stomaco e intestino capovolti; ad esempio....

Tutto è nuovo e meravigliosamente inallenabile (cit.Berruto).

Ma guarda caso, è proprio quando tutto va storto, quando succede l'imprevisto che sembra tagliarmi fuori da tutti i giochi di classifica; che la mia mente inizia ad inviare al corpo quei segnali di "leggerezza" che il coach torinese addita come la chiave per raggiungere prestazioni di alto livello.

VIAGGIO E GESTI

Maurizio Damilano sta a Vincenzo così come Nadia Comaneci sta a Berruto.

Mosca 1980: ero in ospedale con una gamba ustionata fino all'osso.

I medici dissero a mia madre che la mia andatura sarebbe stata pregiudicata per sempre.

Io ascoltai quella conversazione, ma nel frattempo guardavo marciare Maurizio Damilano.

Nella testa di quel bambino non divenne importante camminare, ma marciare.

Marciare; perchè mi parve un traguardo più fattibile per le mie possibilità e capacità.

Non so come e perchè, ma iniziai a pensare che la marcia potesse rappresentare un viatico per arrivare alla corsa, alla maratona.

Questo concetto di "vedere e prevedere", Berruto lo identifica come "profezia" (la predizione genera l'evento, l'evento conferma la predizione, l'individuo altera il suo comportamento in modo tale da causare quegli eventi stessi).

Dopo sei mesi fui dimesso, su una sedia a rotelle: non potevo appoggiare il piede e avevo preso parecchio peso.

Correre o marciare non era possibile, se non nell'immediato.

I medici consigliarono ai miei genitori di acquistare una bicicletta con la quale avrei mosso l'arto senza sollecitarlo troppo con impatti sul terreno.

Era estate, e mi appassionai anche al nuoto. Queste tre "arti" (nuoto,bici e marcia) le avrei rispolverate anni più tardi,in sequenza.

Solo negli anni a venire conobbi la storia e la filosofia di allenamento di Zatopek:

"Zatopek fu capace di sopportare carichi di lavoro inimmaginabili e partendo da uno svantaggio iniziale inventò un suo metodo fondato su passione, volontà, senso del rigore sopportazione/piacere della fatica.

Era sostenitore che una crescente esposizione allo stress fisico porti a una maggiore forza mentale" (Berruto).

Con tutto il rispetto, rispecchia alquanto la mia storia: allenamenti massacranti per superare una situazione di svantaggio iniziale e maggior forza di volontà rispetto alla tecnica.

Berruto insiste spesso sul concetto di "far bene" un gesto: la mia peculiarità è sempre stata non eccellere in nessuna delle tre discipline del triathlon. Bensì di mantenere un livello accettabile in ognuna delle tre.

"La cosa che conta di più tanto nella vittoria che nella sconfitta è fare bene un gesto, trovarlo fra mille possibili, innamora+rsene e prendersene cura,sottoporlo ad una sorta di manutenzione quotidiana, consapevoli che nella realtà si perde molto di più di quanto si vince".

La manutenzione quotidiana che ho dedicato al triathlon è stata pressochè costante; ma se devo scegliere un gesto o una azione che ho perfezionato maniacalmente devo ammettere che quel gesto è stato l'allenarmi in qualsisi condizione fisica,psicologica e metereologica.

Mi sono allenato con la neve, quando ero triste,quando ero stanco o avevo sonno.

Ho sempre cercato di trasformare le difficoltà in opportunità (Viktor Frankl: "devi puntare in direzione del vento se vuoi atterrare nel punto prefissato").

Solo in questo modo sono riuscito ad arrivare quasi sempre pronto alle competizioni; cercando di allenare anche l'inallenabile( "i campioni devono avere volontà e abilità ma la volonta deve essere più forte dell'abilità" - Mohammed Alì).

Non sono un campione, chiaro. Però ho dedicato più tempo ad allenare la volontà che l'abilità.

Forse perchè in cuor mio desideravo "dimostrare a me stesso e alle persone per me importanti di poter fare una cosa complicata e contro pronostico" (cit).

Pallavolo e triathlon sono agli antipodi per quanto riguarda gli spazi ma vicine per quanto riguarda "tempo visibile" e "tempo invisibile".

La pallavolo è lo sport con maggiore numero di atleti nello spazio; atleti che con il proprio sincronismo ne sublimano l'essenza.

Chi pratica triathlon,di contro, ha problemi di tutt'altro tipo: lo spazio(da percorrere) non è affatto angusto e rappresenta il nemico principale da sconfiggere.

Esiste invece una continuità temporale nell'esecuzione di una gara di triathlon, così come in una partita di pallavolo: tempo visibile quando la palla è in movimento, invisibile quando è ferma e si analizza azione precedente.

Anche nel triathlon, seppur il tempo scorra sin da quando viene data la partenza, secondo me esiste un tempo visibile (il tempo finale, che costituisce il risultato) ed uno invisibile; ovvero un tempo "personale", legato ad ogni atleta, all'interno del quale l'atleta pensa a come gestirà la gara, a cosa lo ha portato a farla, alle proprie motivazioni, alle persone care.

Nel triathlon, questo tempo invisibile è all'interno di quello visibile.

Berruto analizza il concetto di squadra come magnifico esempio di sacrificio individuale a vantaggio della collettività.

Vero è che il triathlon è sport individuale nell'esecuzione, ma a livello emotivo (almeno per il sottoscritto) è un vero e proprio sport di squadra.

Una squadra composta dalle persone che ho a cuore e che bramano per vedermi felice nel raggiungimento di un traguardo.

Persone che mi hanno supportato ed incoraggiato durante i mesi di allenamento e durante la competizione. Senza di loro, non avrei raggiunto certi traguardi.

"Ci sono persone,a casa;che nei propri pensieri, nei propri desideri e sogni...non desiderano altro che vederti felice. La felicità ora per te è raggiungere quel traguardo. Io vorrei farti arrivare ora al cuore tanta forza, per poterti stare vicino. Vai amico, vai a suonare l'unica musica che TU sei in grado di suonare: quella del coraggio e della volontà. Non sentirti solo. Non fermarti più." (Giacomo Maritati, mio caro amico, durante un decaironman, Monterrey 2006).

Indubbiamente la simbiosi e l'amicizia con Giacomo hanno fatto di noi una sorta di squadra.

Le mie vittorie e i miei traguardi, spesso, sono stati anche i suoi.

PICCOLO CAPOLAVORO

L'attitudine di Joseph Mallord William Turner a voler fare qualcosa che nessuno aveva mai fatto prima mi ha fatto venire in mente un aneddoto che risale al 2006.

Prima di allora il decaironman era concepito solamente nella formula "continuous": ovvero 38 chilometri di nuoto, 1800 km di bici, 422 km di corsa.

Senza sosta: quattordici giorni di tempo per completare quelle distanze.

Ci si può fermare quando se ne sente la necessità (la gara viene fatta in circuito di 5 km), ci si riposa quando ci si sente stanchi, si mangia all'occorrenza, si dorme nelle tende in prossimità del percorso.

Durante le soste, ovviamente, il tempo di gara NON viene fermato.

Prima del 2006 avevo corso 3 decaironman "continuous" e il mio miglior tempo lo stabilii proprio quell'anno a Monterrey con 280 ore; poco meno di dodici giorni.

Tra me e me pensai: se in un ironman singolo il mio peggior tempo è di 16 ore (gara con dislivello di 5000 mt in bici sulle strade del Tour de France) ....se moltiplico per 10 arrivo a 160 ore.

Non sarebbe meglio correre un ironman singolo al giorno per dieci giorni consecutivi in modo che una volta ultimato il tempo di gara possa essere fermato? Così facendo, tutti gli atleti potrebbero completare la stessa distanza in dieci giorni.

Proposi alla federazione internazionale triathlon questa formula, che in prima battuta venne giudicata "impossibile" in quanto ogni atleta sarebbe stato soggetto a prestazioni troppo "veloci" e non in grado di reggere i ritmi per dieci giorni.

Chiesi il permesso di dimostrar loro che questa formula era fattibile, radunai venti "folli" e ci trovammo tutti in Messico a novembre del 2006.

Undici persone terminarono tutti e dieci gli ironman, io come undicesimo.

Ma quel traguardo ad oggi rimane il mio capolavoro.

Sommando i tempi finali di ogni ironman avevo totalizzato circa 180 ore, ovvero cento ore in meno rispetto alla formula "continuos" ("È proprio quando pensiamo di sapere tutto di una cosa che è arrivato il momento di guardarla da un punto di vista diverso" -Robin Williams, l'Attimo fuggente).

La formula 1 ironman al giorno moltiplicata per dieci giorni consecutivi, ad oggi, è entrata come tipologia collaudata e fissa nel calendario dell'ultra triathlon; insieme al "continuous".

DESIDERIO COMUNE E MANTRA

Il discorso di Berruto alla nazionale a Lione (atleti arrivati da posti diversi, che non si scelsero tra di loro ma erano lì per un desiderio comune) mi ha fatto venire in mente alcune frasi motivazionali che uso nei momenti di crisi:

"Guarda dove sei, da dove sei arrivato,quanta strada hai fatto per arrivare fin qui. Ci sono atleti in tutto il mondo che pagherebbero per essere al tuo posto. Eri un bambino zoppo, ora stai correndo con atleti incredibili".

MALINCONIA DOPO UN TRAGUARDO: ULISSE E GLI ATLETI

"Una volta tornato alla tua Itaca e sconfitti gli usurpatori del tuo regno, dovrai ripartire.

(cit. Tiresia a Ulisse).

Ho visto spesso una sorta di malinconia negli occhi di un atleta che arriva al termine di un percorso vittorioso: ha raggiunto l'isola di Utopia , è la fine di un viaggio.

"Al termine di una competizione, di un’avventura o di un’esperienza di vita (in cui il mio IO, estensione materiale del mio Spirito, ha avuto un ruolo preponderante e fondamentale) spesso mi ritrovo a osservare delle immagini del mio corpo in azione.

A me piace pensare a questi fotogrammi come a un attimo infinito di gloria, immortalata per sempre su un supporto cartaceo, ma trasposizione di un ricordo che rimarrà indelebile nella memoria.

Un fotogramma non ferma solamente l’immagine che il mondo ha di noi: essa fissa lo stesso ricordo che noi stessi abbiamo di quell’istante.

La fotografia mostra in un’unica immagine la sintesi IO-Spirito.

Un IO, altamente “cartesiano”, un IO macchina, quasi perfetta, sottoposta a continui sforzi per ottenere i massimi risultati sotto ogni punto di vista.

Ma se guardo a tante immagini che ritraggono questo IO in azione , vedo spesso sguardi tristi e insoddisfatti.

Interpreto l’infelicità di alcune espressioni sia come una consapevolezza dell’ attimo di breve felicità presente condizionata dal passato; sia come prevalenza dello spirito del cercatore che intravede l’illuminazione del diventare migliore attraverso una affermazione sportiva.

Un passato con segni indelebili sul quale l’io ha cercato di soprassedere concentrandosi sul perfezionamento di sé stesso, del corpo macchina e automa, e questo spirito, che in un continuo ed estenuante viaggio, si ripiega sul corpo, cercando equilibrio e perfezione impossibili da raggiungere.

Il mio spirito spesso chiede scusa al corpo per averlo estenuato ancora una volta, per averlo messo duramente alla prova. E questo corpo perdona, e la volta successiva darà ancora di più (dialogo interiore).

Come se ci fosse tra i due una dinamica sadica e masochista ad alternanza. Lo spirito ama e odia l’IO, un IO di esso schiavo ma padrone delle azioni.

L’io si illuderà che la fatica propostagli dallo spirito sia l’ultima. L’Io si illuderà che non ci sarà una seconda volta e lo spirito gli lascerà quest’illusione. Per poco." (Vincenzo Catalano, rivista triathlete maggio 2005).

FINALI (e neuroni) ALLO SPECCHIO

Ho sempre immaginato una gara partendo dal finale, dal traguardo.

Inizio sempre a visualizzarlo in partenza, cercando foto reali del luogo in oggetto.

Immagino per mesi la scena del mio arrivo e spesso questa scena è alquanto "esaltata" rispetto a ciò che potrebbe accadere nella realtà.

Comunque vada la competizione, immagino sempre il mio arrivo da vincitore, con ali di folla ad attendermi; e tutta la mia famiglia presente.

Questa situazione ovviamente non si è mai verificata: ma io la ripasso ogniqualvolta mi alleno.

E nei momenti di crisi fisica o psicologica la mia mente sostituisce le immagini reali a questa immagine di gioia e di festa. Spesso mi è servita, spessissimo.

Questa profezia spesso si autoadempie perchè modifica il mio atteggiamento nella gestione di una gara. La mia predizione genera l'evento, un pò distorto...ma giustificato dal fine: il raggiungimento della meta.

Così come spesso immagino di vedere me stesso al posto di un atleta famoso che entra in uno stadio e sta per vincere la medaglia d'oro alle olimpiadi, ovvero vivo quell'esperienza nella mia mente per avvicinarmi all'idea di uno scambio emozionale.

E' un pò come se idealizzassi il mio capolavoro interiore sublimandolo con l'emozione di un'azione ben più nota, compiuta da qualcun'altro.